il mio Perù.

Quello che avrei voluto fare è trasformare le immagini in parole ed offrirvi il mio Perù.
Mi sarebbe piaciuto soffiarvi in viso una parte di quel che abbiamo vissuto nelle due settimane trascorse (finalmente) in quel che fu il cuore dell'impero Inca. 
Quello che sognavo di fare...era di scrivere una cosa talmente bella e fedele al nostro vissuto, da avervi virtualmente al nostro fianco, passo dopo passo.
Con il passare del tempo, mi sono reso conto che ambivo ad un'impresa ciclopica; questo fondamentalmente per via di una non celabile difficoltà a trovare una sintassi che fosse all'altezza del magnetismo dei territori che abbiamo calcato.
Ed il romanticismo con cui sognavo di vedervi gli occhi pieni dei colori peruviani, veniva poco a poco scansato dalla razionale fobia di cadere in terra, soppresso dal peso del tentativo fallito.
Avrei voluto parlarvi di un traffico impazzito ad accoglierci. E di quanto fosse rilassante mirare le luci di Lima attraverso i vetri scuri di un taxi, quasi come se non fossimo in mezzo a centinaia di auto o pulmini.
Mi sarebbe piaciuto descrivervi il minuscolo aeoporto di Arequipa. Lo stupore e la meraviglia provati nel voltarmi, ancora sulla scaletta dell'aereo, ed imbattermi nel maestoso El Misti innevato. Un vulcano di una bellezza rara, esaltata dalle nuvole a "pecorelle" e dall'assenza di monti antagonisti al suo fianco. Avrei scherzato sulla sala "ritiro bagagli", quattro pareti di compensato con il tetto ancora in costruzione che lasciava entrare una luce dal contrasto marcato: solletico delle nuvolette al sole.
Ed una brezza piacevolissima.
Vi avrei narrato dei primi rapporti con i peruviani locali, persone di una gentilezza squisita, con un sorriso perenne, nei numerosi tentativi di capirsi tra lo spagnolo e l'inglese. La vecchina dell'ostello e la dolce ragazza della reception, la mummia di Juanita e lo "sdentato" ammaestratore di Lama ed Alpaca.
Avrei tentato di "dipingervi" il Colca Canyon; di mettermi dietro di voi ad indicarvi con il dito le traiettorie dei condor che si facevano dondolare dalle correnti ascensionali, mostrandosi in uno splendore regale a chi, dalla Cruz del condor (appunto!) li aspettava con il naso all'insù.
Lo avrei fatto con il fiato corto, tipico di quelle altitudini, quando per camminare lungo un sentiero fatichi il doppio, quando per sgranchirti le gambe corri per quattro o cinque metri, poi ti fermi e pensi 'camiseria che roba!
Ci siamo riempiti gli occhi dell'altopiano della regione di Puno. Dei viaggi in bus non potrei non soffermarmi sugli animali liberi e selvaggi che abbiamo incontrato, sugli spazi immensi, sconfinati quasi, se non fosse stato per le Ande innevate, e sul misticismo delle rotaie di un treno che mai si è mostrato.
Abbiamo navigato sulle acque del Lago Titicaca, conosciuto gli Uros e pranzato in cima alla Isla de Taquile. Quanto vorrei trasmettervi la serenità dei sorrisi incontrati lungo il cammino, la bellezza dei lineamenti di bimbi che scalzi ci correvano incontro o, se più timidi, ci guardavano con circospezione, con profondi occhi neri e capelli color corvino che a mala pena spuntavano dai cappelli di lana. Coloratissimi. Cinquecento e più scalini e poi giù dall'altra parte: nuovo porticciolo, dove el Capitan ci aspettava. La pelle del viso scura, lo sguardo all'orizzonte segnato da rughe di sole e freddo. Sotto coperta verso nuovi lidi.
Avrei anche cercato di introdurvi al colonialismo becero che ha distrutto una civiltà, popoli interi, imponendo usi, costumi. Una religione. Vi avrei descritto gli aspetti che più ci hanno colpito delle civiltà pré Inca. E degli Inca poi. I sacrifici umani, il rispetto per la Pachamama e gli animali sacri. La cucina, il vestiario e le deformazioni craniali.
Vi vorrei mostrare con gusto gli occhi terrorizzati di Fra durante la prima colazione del nostro trekking. Avrei tentato di descrivervi quelle sensazioni tipiche di una nuova "avventura" che sta iniziando, quando, come nelle migliori barzellette, due italiani, tre australiani, tre canadesi, due londinesi, 2 brasiliane, due francesi.....ed un miscuglio eterogeneo che a lungo andare si smussa, si fonde, si abbraccia. Vi renderei partecipi di quel processo che ci ha portati quasi a commuoverci al saluto finale.
Vi descriverei il Nevado Salkatay, ancora inesplorato in vetta, vi racconterei delle zip lines a strapiombo a 200 metri dal fiume e vi farei notare come lo chef ed il secondo, il tuttofare e l'horseman siano sempre leggeri e sereni, di come ti sorridano sempre, di come ti chiedano ogni volta se stai bene. Se tutto è ok.
Quel che proverei con veemenza a fare, è rendere quel che si prova quando per la prima volta lo vedi. Quando dopo millesettecentosettantaeciccia scalini ci arrivi. Sudato fradicio. Con il fiatone. Senza troppi giri di parole vi assicurerei che quando metti piede sul Machu Picchu, il respiro si blocca. E non per l'altitudine, no. Credo per quel magnetismo che avrei già tentato di ricreare. Quelle pietre lavorate alla perfezione, formano un'immagine che vi investe. Danno vita ad una magia che se vi concentrate un attimo vi riempie lo stomaco. Vi sembra di viaggiare nel tempo e di indossare sandali e di essere un guerriero. Od un prete Inca. E volteggiate senza mai sbattere le ciglia perchè vi sembra davvero di essere nel centro del mondo. Di fare parte di un incantesimo. E sembra che intorno a voi il tempo si sia fermato intorno al 1500. E che gli spagnoli non siano mai esistiti. Le canaline dell'acqua, la differente modalità di costruzione, gli allineamenti agli astri, la chakana.
Forse poi, anche solo per un attimo, vi sentireste ciucchi anche voi, come me, stravaccati su un treno per Cusco. Una sera, dall'altra parte del mondo, insieme a facce straniere e lingue diverse. Forse pensereste anche voi che è la cosa più bella del mondo. Chiudereste piano gli occhi, accomodandovi bene sullo schienale, sentireste una testolina che cerca la posizione più confortevole sulla vostra spalla. E sarebbe per forza il momento più bello del mondo.
Accennerei anche alla nostra gratitidune per l'accoglienza riservataci a Lima. Huguito e Marjorie. Un ristorante meraviglioso e poi una serata passata a cucinare, a chiacchierare. A svelare ricordi, immagini e suoni del passato. Cercherei di farvi ridere, senza soffermarmi più di tanto sul quel maliconico senso di nostalgia quando all'aeroporto, con L'Orage nelle cuffie, ci rendevamo poco a poco conto di aver vissuto un'esperienza unica, ricca. Inestimabile.
La cui bellezza, non sono ahimè in grado di regalarvi a pieno.
Con buona pace, s'intende. 

5 commenti:

Annachiara ha detto...

Rimani sempre emozionante anche se non appieno. Sogno da anni di andare lì. E mi hai fatto sognare ancora di più. E' tutto un grande SCIOGNIO!

takajiro ha detto...

è indiscutibilmente un viaggio al TOP :)
ci devi andare!!

Annachiara ha detto...

Considera che all'università ho fatto due esami di Civiltà indigene d'America e ho studiato pure tutta l'architettura incasinata, maya e azteca.... Sto viaggio lo devo fare da vent'anni...:-)

Annachiara ha detto...

Ahah mi sono riletto...incasinata era Inca! Questi smartphone....

takajiro ha detto...

ahahah sai che non me ne ero mica accorto?!?!
avevo dato per scontato fosse inca!
che cervellO!!! ahahaha