Thursday, March 01, 2012

e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto

Piazza. Menabrea in mano. Tre amici con cui far chiacchiera.
Una voce urlata, stonata che parla di rovine. Di rovina.
Amico 1 butta distrattamente uno sguardo in direzione della voce.
Poi mi sorride.
No, ti prego. Dimmi che non ce l'ha con me.
A mezzo metro o poco meno dal mio orecchio.

Matto: "Ci rovinano. Loro ci rovinano. Hai capito"
Io: "Dici a me?!"
Matto: " Sìsì certo. A te. Ci vogliono rovinare, lo sai? Lo devi capire."
Io: "Ahh. Ok. Ma loro chi, scusa?"
Matto: "Le donneee! Le donne vogliono rovinarci, capisci cosa intendo?"
Io: "Mmh, suppongo di sì."
Matto: "Bene."

E si allontana.

Amico 1: "Tutti tu li becchi. Li attrai. Ahah."
Amico 2: "Ma non rispondergli, non dirgli niente."
Io: "Ma figurati! e come faccio. Viene qui, attaccato e mi parla. Mi fa ridere."

Di ritorno quel vocione stonato e sbronzo.

Matto: "Quelle ci rovinano."
Io: "Ecco, per dire. Me l'aspettavo."
Amico 2: sussurrato "Epperò lo vedi?! Te l'ho detto che non devi rispondergli!"
Matto: "Cioè, ma tu immagina. Sganci cinquanta euro per un pompino e quella che fa? Te lo rompe!"
Io: "Prego?"
Matto: "Sì, cinquanta euro. Un pompino. Ahn, ahm, ahn. E quella alla fine te lo rompe. Cioè ti rompe il cazzo."
Io: "Ah, in senso metaforico?!"
Matto: "Macchè, te lo rompono. Spezzano. In due."

E si allontana.

Amico 3: "Beh però....cinquanta euro per un pompino. Mi sembra caro."
Amico 1: "Idiota!"
Amico 2: "Sì idiota. Però son comunque tanti cinquanta."

Di ritorno quel vocione stonato e sbronzo.

Matto: "Loro ci rovinano."
Io: "Sempre le donne immagino..."
Matto: "Certo, ma è chiaro. Ascolta, guarda il peccato originale. Di chi è colpa lì?"
Io: "Di una donna??"
Matto: "Che poi, dai, bisogna essere onesti. Non è neanche colpa solo loro. Voglio dire. Tutta la faccenda del peccato originale, non è mica solo colpa loro."
Io: "No, infatti...te lo stavo per dire!"
Matto: "Cazzo Eva stava lì tranquilla, con Adamo. Neanche se la cagavano quella cazzo di mela! Che gliene fregava a loro? Nulla. Poi che succede? Arriva il serpente! Ed il serpente chi è??"
Io: "La tentaz...cioè il pecc........"
Matto: "Il biscioneeee! L'inter! Ed il diavolo è il milan! Ed il genoa è il grifone. E tra milan e genoa c'è scappato il morto!"

Risata incontrollabile.

Matto: " Ma fa tutto parte di un disegno più ampio. Io l'ho capito."
Io: "Ecco, sì mi pareva."
Matto: "Ma sì perché una volta tutto era in ordine. Poi ad un certo punto..il disordine."
Io: "Ah."
Matto: "Sì, facci caso. Chessò, se guardi, ogni città ha tutte le regioni, no? Ha viale umbria, viale molise, via basilicata. Cioè, zio, il disordine."
Io: "Sì in effetti così un po' di disordine lo avverto anche io."
Matto: "Lo vedi!? Bellooo, dobbiamo rimettere le cose in ordine!"
Io: "Ma chi? Io e te?"
Matto: "Sì, io e te rimettiamo le cose in ordine."
Io: "Ah. Hai scelto me?"
Matto: "Sì bello, tu sei uno sveglio. Io l'ho capito."
Io: "Grazie."
Matto: "Prego."
Io: "Raggiungo gli altri." (nel frattempo evaporati)
Matto: "Ciao, bello."

Amico 1: "Ahahahahhahah"
Amico 3: "Siete una bella coppia."
Amico 2: "Ahahahahahah"
Amico 1: "Dai, ultimo giro, offro io."

Entrata del locale. (Gestito da cinesi. Due, forse tre. Perfettamente integrati. Ma pur sempre cinesi.

Amico 2: (rivolto ad Amico 1) "Mi ordini una birra?"
Matto: (rivolto evidentemente ai cinesi di cui sopra) "Cinesi di merda!"
Amico 2: "Sshh, daiii. Non dire così."
Amico 1: "Ma sìì, tanto questi sono eschimesi!"
Amico 2: "Dici? Ah beh allora fa niente. (!!)"
Matto: "Ooh bellooo (non io, uno dei due cinesi (???!)) mi fai un coca e havanaaa? Ma tanta havanaaa."
Cino-eschimese: "Sì come al solito. Certo, se puoi evitare di urlare come un matto (!!) lì fuori sulla porta, eh?!!!"
Matto: "Ooh, scusa. C'hai ragione."

Prende il coca e havana.

Matto: "Che poi gira e rigira...sono i preti che ci inculano."
Amico 2: "Ah, dici?"
Matto: "Dico. Se ti dico grazie tu cosa fai?"
Amico 2: "Prego."
Matto: "Ecco lo vedi?"
Amico 2: "Azz...ne sai una più del diavolo tu, eh?
Matto: "Grazie."
Amico 2: "Prego."
Matto: "Te lo dicevo, io. Contento tu...."

E con il suo coca e havana si dilegua.

Wednesday, December 28, 2011

Quella volta.

Quella volta che ho detto "massì, vaffanculo". Quella volta che col nastro adesivo ho legato una mia compagna di classe alla sedia, per poi prenderla di peso e portarla in mezzo al corridoio. Quella volta che tutti mi stavano sul culo. Quelle volte. Quella volta che non ci ho capito un cazzo. Quella volta che pensavo che allenandomi bene fin da bambino, avrei davvero potuto "fare il calciatore, da grande". E quella volta che mio padre mi ha spiegato che non ce n'era. Quella volta, la prima, che mi sono innamorato. E quell'altra, l'ultima, che è successo. Quella volta che ho realizzato che se vuoi salvarti la pelle, devi violentarti. Devi lottare per essere felice. E devi essere leggero. Quella volta, quella stessa volta, ho capito che la serenità è una conquista. Quella volta che l'ho fatta grossa, innescando una reazione a catena che non ero in grado di controllare. Quella volta che col motorino non ho rispettato lo stop. E l'ho fatto di proposito. Quella volta, la prima, che ho fatto l'amore in macchina. Quella volta che mi son beccato un "belin, ma allora sei scemo" da mio padre e non avrei potuto eccepire una sola virgola. Quella volta che avevo "un blocco" ed era talmente assurda la cosa, che era verissima. Quella volta che non ho avuto il caroaggio di dirlo. C'è anche una volta che non sono stato forte abbastanza da abbracciarla. Quella volta che avevo così paura che i cani si sarebbero persi, che ho iniziato a rincorrerli, in montagna. E per poco non ci lascio il cuore, in montagna. Quella volta che ho okkupato la scuola. Oggi non ne ricordo il motivo. Quella volta probabilmente neanche lo sapevo. Quella volta che sono tornato indietro a dare l'ultimo bacio sulla fronte di mio nonno. Quella volta che mi sono laureato. Sì, è successo. Quella che credevo che non avrei più respirato, che l'ansia mi avrebbe divorato, che quel tarlo mi avrebbe corroso. E quella volta che mi sono svegliato e stavo bene. Di nuovo. Quella volta che avrei dovuto prenderla per mano, farla sedere e spiegarle che andava tutto bene, che era caduta. Che si era sbucciata il ginocchio, d'accordo anche le mani ed i gomiti. Ed era vero, aveva preso una brutta botta anche sul mento, ma tutto sarebbe passato col tempo, tutto sarebbe stato un lontano ricordo. Quella volta che ho fatto bene a mordermi la lingua. Quella volta, la prima, che ho visto il Boss dal vivo. Quella volta che mia madre in lacrime mi ha stretto forte. E non riusciva più a mollarmi. E quella volta, quel preciso momento di quella volta, in cui ho realizzato che niente mi avrebbe fermato. Quella volta della perquisa. E quella volta che avevo fumato così tanto che le dita delle mani mi sembravano del pongo che si allungava. Ed avevo le percezioni. E per fortuna era una volta diversa da quella della perquisa. Quella volta che il cane stava morendo. Quella volta che mi sono sentito sollevare, quasi da uno strano capogiro. Quella volta che in pochi capivano cosa stessi cercando di spiegar loro. E quella volta che ho detto di nuovo "massì, vaffanculo". Quella volta che ho suonato il banjo. Quella volta che sono diventato Mr. Washing Machine e Simon rideva a crepapelle e dalla spiaggia mi guardavano con gli occhi sgranati, come se fossi un fantasma ed io avevo finito l'aria mei polmoni e barcollavo. Quella stessa volta, o forse era la volta prima, quelle lumachine facevano proprio schifo. Quella volta che messico e nuvole era tutto ciò che volevo. Quella volta che ho sognato di diventare uno che scrive. Quella volta lì ci avevo creduto. Dopo quella volta lì avevo iniziato a scrivere un libro. Poi mi son fermato. Quella volta l'ho combinata grossa. Quella volta, di notte, ho sognato che avevo una moto, gialla. E la parcheggiavo nei cessi della mia scuola media. La volta dopo, la notte dopo, il sogno è ripartito da lì, dai cessi della scuola. Indossavo il casco e ripartivo. Quella volta che Genova ha iniziato a piacermi da non riuscire a parlarne. Quella volta che son caduto che non respiravo più. Quella volta mi sono spaventato. Quella volta che ho pianto. E quella volta che ci ho messo due giorni di Micra strazeppa ad arrivare a Madrid. Quella volta che era meglio parlare, sebbene sapessi che non sarebbe servito a nulla. Come spesso accade. Quella volta che sarebbero bastate delle rose. Ed una bottiglia di vino. Delle volte non bastano, ma aiutano.

Thursday, December 08, 2011

Il mio credo.

Credo che la grandezza di un uomo sia soprattutto celata nelle parole che non dirà  mai. Nei suoi silenzi. Nelle sue pause. Negli intermezzi riflessivi in cui guarda il soggetto che gli sta innanzi senza proferire verbo. Credo che la grandezza di un uomo si nasconda in interminabili momenti passati ad immaginarsi una determinata dinamica. Per poi viverne una globalmente differente. Fatta di impulsi nervosi, fatta di costrizioni. Fatta di imbarazzo mal celato. Fatta di oblio. Credo che l'affetto sia un dono imprescindibile, lo è quello di un attimo. Lo è in maniera catarticamente inspiegabile quello di un nonno. Credo negli incontri fugaci. Credo nel vino e nell'alchimia ch'esso è in grado di scatenare, a braccetto con le note di una musica nota. Credo in un Dio onnipotente. Credo nell'ingiustizia quale corollario a teoremi talmente radicati da risultare inspiegabili. Credo nell'amicizia. Credo nei ricorsi. Credo in ciò che affiora nel sentire un profumo conosciuto. In quel sentirsi catapultati in una dimensione priva di spazio o di tempo, in cui immagini di ieri si ripresentano vivide e perfettamente a fuoco. Quando ti sembra che le sue mani sfiorino ancora la tua pelle, quando senti le sue labbra ancora delicatamente sulle tue. Credo nella forza del verbo. Credo nel telefono senza fili. Credo ancora che una cena con pochi amici, condita di memorie e confidenze, adombri quanto di più genuino l'essere umano possa concepire. Credo che la leggerezza sia l'unica cura rivoluzionaria. Credo nei miei tatuaggi, in ciò che rappresentano, in ciò che nascondono, in ciò che non possono rivelare. Credo in ciò che ho fatto. Non condivido, non lo apprezzo talvolta, ma credo. Credo che ciò che è stato, è stato sincero, autentico, inevitabile per certi versi. Credo che mio nonno sarebbe fiero. Credo che sarebbe contrariato per la stagione dell'inter. E credo che ne discuterebbe dal barbiere, infervorandosi ancora. Credo che darebbe a tutto ciò il peso che tutto ciò merita. Un'ora dal barbiere. Zona franca dove politica, calcio e donne riproducono il lasciapassare verso il tuo turno. Credo nel genepy che sto bevendo e nel pianoforte che sto ascoltando. Credo che malgrado tutto, io abbia lasciato qualche ricordo piacevole in tutti coloro che mi hanno vissuto, anche solo per un minuto. Una notte. Una storia. Un insulto. Credo nella forza d'animo come unico motore capace di non fermarsi al rifornimento. Credo in questa notte, così come in molte altre, nate da una lacrima, una commozione e impacchettata davanti alle luce di un monitor. Credo che questo tabacco mi faccia male. Credo che l'orgoglio, il rancore facciano male. Ti corrodano. Si insinuino nei meandri della tua testa. E l'abbiano sempre vinta. Credo in un Buddha rivelatore. Credo che una buona azione prima o poi ritorni. Non credo necessariamente che ogni situazione abbia una spiegazione razionale, ma sono convinto che le cose seguano un loro itinerario. Fatto di inerzia, di forze, di reazioni. Credo di aver sbagliato tanto, ma credo che tornassi indietro sarebbe la medesima cosa. Perché indietro non si torna e ciò vuole dire che quel che ho fatto, l'ho vissuto con la testa di quel momento, con quelle precise certezze, con le chiare paure che una qualunque età porta in dote. Credo nella mia lealtà. Nel mio saper amare. E nel mio modo di dimostrarlo. Credo nella fedeltà di un istante o di una vita intera. Credo altresì che nulla accada per caso, ma sia tutto frutto di un microcosmo chimico e fisiologico. Credo che la sofferenza insegni. Credo che insegni soprattutto a resistere ed a tirare fuori un'energia nascosta, che non per forza sia la migliore che puoi estrarre dal cilindro. Credo negli abbracci. E forse per questo motivo credo vadano centellinati. Credo che però un abbraccio alle volte è la miglior cosa che puoi dare. Senza fiatare. Per questo credo che il tutto sottintenda un equilibrio magicamente instabile, dove errare sia inevitabile. Credo nella poesia, pur non amandola. Credo nella prosa, pur inseguendola strenuamente. Credo di essere zeppo di difetti. Credo siano palesi. Credo che la diversità sia un motore inesauribile e credo che un pensiero sia sempre una novità, uno stimolo. Non credo d'esser senza macchia, ma l'imperfezione rende una qualsiasi cosa unica. Credo che trovare le giuste parole per spiegare le cose sia spesso un'impresa ardua ed inutile talvolta. Per questo credo, e lo ribadisco, che il silenzio nasconda la tua grandezza. Credo che non poter spiegare, non poter proferire le parole che vorresti sia un fardello pesante, che non puoi affidare a nessuno se non a te stesso. Ci farai i conti prima o poi. Ripetutamente. Credo di aver racchiuso in un cerchio innumerevoli emozioni. Mille pensieri e mille lumi negati. Credo nel contrappasso e nel tesoro che porti in dote. Credo che quel cerchio verrà per sempre deformato dal suo interno, ma le pene servono per tenerlo chiuso. Credo nella sensazione di non voler mai finire. Mai chiudere. Mai dichiararsi vinto. Credo nel silenzio. Credo di aver infranto, in un certo senso, il mio credo. 

Friday, October 14, 2011

Incredibile.

se chiudo gli occhi e lascio andare la memoria..tutti gli altri sensi mi ricordano le sei di quei pomeriggi.
mi ricordo la giacca di mio nonno che indossavo con orgoglio. velluto a coste laghe, beige chiaro.
ricordo un tram davanti a sant'agnese. il 14 forse, ma anche l'1 in realtà.
però ricordo anche il ciottolato sotto i piedi di quelle viuzzole che tanto mi piacevano. quelle che ci portavano in via torino. e da lì, transitando sotto gli occhi vigili della madonnina, in piazza della scala. un'eleganza dolcissima. andirivinei obbligato per via brera. per il pub che era diventato un po' nostro. quando la voglia di seguire le lezioni era svanita da un pezzo e quando tutto ciò di cui avevi bisogno erano una manciata di pinte. e quattro cazzate. ricordo che era meraviglioso prendere il telefono dalla tasca e chiamare i due o tre amici fidati. quelli che sapevi che sarebbero arrivati.
se tengo gli occhi chiusi, percepisco ugualmente il buio invernale. ne sento l'aspra umidità. vengo abbagliato pallidamente dalle luci delle auto, perfino dalle intermittenze delle illuminazioni natalizie talvolta. mi strofino le mani, come facevo allora per richiamare un po' di tepore.
occhi chiusi. sento i bicchieri che si scontrano nel brindisi. sento i polpastrelli che bagnati, ma saldi stringono la pinta. sento il gusto talora ambrato, quasi sempre paglierino di quelle birre. sento ancora il profumo dei piatti caldi che quel tizio un po' burbero portava su dal piano di sotto.
avverto ancora bene il peso del piatto, zeppo oltre misura.
di tutti i pezzi ascoltati in quel posto, uno più di ogni altro mi resterà sempre impresso. la voce di bon jovi che gorgheggia queen of new orleans mi mette ancora in uno stato di quiete e mi stampa un sorriso ebete in volto. ero nel centro di milano, chiudevo anche lì un attimo gli occhi, alzavo il mento verso l'altro e come colto da uno strano capogiro mi sembrava d'essere dall'altra parte dell'oceano, con musicisti di colore, blues per le strade e perfetti sconosciuti intorno a me.
poi, rinsavito, l'accento francese del barista ed io che ordinavo un'altra pinta. una marlboro usciva dal pacchetto mordido e mi ritrovavo sul marciapiede. ancora nebbiolina, ancora freddo umido. ancora luci. ancora due boccate e poi dentro.
"oh, raga, ma sapete che mi è venuto in mente...."

Thursday, October 06, 2011

Per dire

Io ho pensato una cosa. Nella vita di un tale qualunque che lavora in un'azienda qualunque e lo fa in questo giovedì qualunque. Ma che ancora si sente un po' speciale. Un po' come quando era un ragazzino. Chessò, un adolescente brufoloso e con la testa per aria. Uno delle superiori, per capirci. Uno che se chiude gli occhi, ancora oggi è capace di sognare, di vedersi nel bel mezzo di una fantasia. Uno che nasconde e custodisce ancora quella benefica irrazionalità che ti fa vivere alla giornata, pensando di essere in grado di fare tutto ciò che desideri per te e per chi ti sta più vicino. Che ti fa essere capace di qualche sana follia, di un pensiero impuro, di una atto sanguigno. Beh nella vita di uno così c'è un dannato bisogno di imprese. C'è bisogno di sfide e poco importa come queste verranno preparate. Poco importa cosa potrà o non potrà fare. Poco importa persino se cascherà il mondo. Perchè uno così ce l'ha dentro la forza per portare a casa la sua impresa. Ce l'ha dentro la tenacia per vincere la sua sfida. Ce l'ha dentro quel mistico romanticismo che ti schizza adrenalina nelle vene e che ti bagna gli occhi di commozione. Ha ben poca importanza in fin dei conti di che cosa io stia parlando o se vi state chiedendo a cosa io mi riferisca. Perchè dentro tutti noi c'è un'idea che pulsa, che stuzzica, che fa male. La faccenda non è più la necessità di emergere tra gli altri, ma di emergere da se stesso. Perchè la sfida più dura che ogni giorno quel tale affronta è quella con lo specchio, di fronte al quale i conti tornano sempre. E allora non importa che il tizio voglia scrivere, voglia leggere, voglia correre o recitare. Non importa neanche dove voglia andare. In effetti importa solo quanto lo voglia. Questo è. E questo deve essere.

Wednesday, September 14, 2011

Arpeggio.


Mi immagino un sole cotto. Bruciato. Di un tardo pomeriggio di fine estate. La sabbia sotto i piedi è bianca, bianchissima e le palme piegate dal peso di anni di vento e mareggiate. Mi immagino Hemingway, nascosto dalla penombra di quel dehor. Ha un sorriso compiaciuto disegnato sulla guancia sinistra, così sembra almeno. La fitta barba  bianca mi impedisce di decifrare con facilità i gesti, le sue smorfie. Ha un viso tremendamente vissuto. Quando mi volto, mi immagino di non aver pensieri ad ingrigire quell’orizzonte. Lunghi sospiri. I polmoni che si riempiono di quell’aria che arriva dal mare, le mani secche di sodio ed i capelli paglia. Quello che mi immagino, è quello che vorrei sognare questa notte. Non lo vorrei vivere per non guastarne il sapore. Per non alterarne i sensi. Le note di questa musica, suonate da una manciata di vecchietti ricurvi, a stento collocabili altrove, se non in questo mio sogno. In quel che mi immagino. Non voglio star qui a spiegarne l'origine. Lo schizzo che l'ha creata. Voglio solo vedere il sole che di fronte al mio sguardo si accuccia sul mare, si piega. Si distende fino a nascondersi sotto il confine tra cielo e mare. Tra l’immaginario ed il reale. Non è semplice questione di fantasia, si tratta di cuore. Si tratta di speranza, di aspirazione. Di orgoglio. Mi immagino una natura selvatica, mi immagino una relazione verace. Ogni azione deve essere soppesata in virtù della reazione ch’essa genera in modo naturale, escludendo influenze meccaniche o chimiche. Mi immagino questo sole cotto e bruciato, immagino il mio sguardo socchiuso, una camicia aperta ed i piedi nudi affossati nella sabbia tiepida. La leggerezza di quel momento è ciò che voglio sognare questa notte. Quella serenità deve svegliarmi domani mattina, quando aprirò gli occhi sul cuscino madido del sudore di un sonno agitato dall’elettricità di mille e mille incanti. Figure, immagini e sapori. Uno stato in cui, spogliati degli impulsi arrivisti e razionali ascolteremo semplicemente il suono di un violino, generando una catarsi riflessiva nelle nostre fantasie. Non soggiogati da una quotidianità perversa. 

Sunday, July 31, 2011

Era la nostra sera particolare e la facemmo durare il più a lungo possibile. (cit.)

E' l'ultima cena di Sleepers. E' un sorriso stampato in volto, un'impercettibile smorfia accompagnata da una fronte corrugata. Un quadro impressionista, zeppo di colori. Come un pianoforte. Avete presente chiudere gli occhi e sentire la pelle d'oca, un filo d'aria che smuove i capelli ed i vestiti. Rotolarsi dalle risate fino ad aver male allo stomaco, pensare velocemente ad un'altra storia, perchè l'incantesimo di quel momento non svanisca. Non si esaurisca. Né in quell'istante, né mai. E' una frase dall'accento bolognese, una missiva per l'amministratore delegato all'una di un sabato notte. E' l'insostenibile disarticolazione da un mondo che gira più veloce dei tuoi ritmi. E' godere del non fregartene un fico secco. E' anche un abbraccio. E' un abbraccio schietto ed acuto, ma fugace. Sai che se durasse troppo avrebbe un altro significato. Non un ciao. Non un a più tardi. Nemmanco un arrivederci. Dunque stringi forte, ma giusto il tempo di un batter d'occhi, giusto il tempo di chiuderli e riaprirli che sei già staccato a proclamar raccomandazioni. Tanto poi uno sguardo val più di tanto. Val più di tutto. E' soprattutto una perenne presa in giro. Di quelle genuine che fan bene. Di quelle che ti rendono leggero. Di quelle che si rendono, come una partita a scacchi. Di quelle che ti fan sentire a tuo agio, che ti assecondano a sputare fuori la bile, a sfogare le tossine dei malesseri o a tessere le trame delle tue sensazioni più intime e piacevoli, per cercare di trasmettere anche solo un decimo dell'ineffabile sensazione di dissennatezza che provi. Avverti di aver fatto breccia. Nei silenzi, nelle sfumature mute di verbo, ma espressive più di un pianto o una risata. Elettricità statica. E' la chimica. Quale astrusa, chimerica dinamica.