Thursday, June 18, 2009

Elucubrazione digestiva.

Vagheggio in un vasto campo alberato, in cui raggi di sole mi turbano la vista di tanto in tanto, inebriando un senso dell'orientamento precario, generato da una serie caotica di impulsi emozionali che mi fanno sbalzare come una bilia cromata da un jackpot ad un lose yourself.
Girovago nei meandri delle mie terminazioni nervose, incapace di dare un senso al mio peregrinare, scaccio carezze, come mosche e interpello il libero arbitrio, unica grande illusione rimasta. La sua indipendenza è il tremendo inganno su cui si fondano le speranze più vulnerabili, questo perchè asservito a dipendenze emozionali che opacizzano la logica razionale necessaria per portare a termine un florilegio di impulsi. Allora lì c'è l'istinto. E lo spirito di sopravvivenza. Il resto sono percezioni sensoriali, come le fotografie.
Un MI di nylon tinteggia nell'aria scale armoniche che pungolano i miei timpani, rendendomi difficoltoso percepire il labile confine tra le lusinghe musicali ed il fastidio delle vibrazioni troppo dispettose ed irriverenti. E' tutto tremendamente suggestionato da un relativismo imprescindibile, corretto da frazioni di sensazioni che fanno del situazionismo un assioma innegabile. Quando il dispetto assume i contorni di probante ritorno alla vita; quando lo sporco sistema l'infezione; quando le affinità elettive si palesano bislacche. Quando. Allora hai un problema. Lo spasso è dietro il punto di vista. Il sentiero già tracciato, un concetto labile: il destino e gli astri, antitetiche comari. Il fato sussiste solo quando è pessimo, canaglia infame contro cui riversare le proprie mancanze; gli astri sono una scienza esatta qualora mi indichino il bene supremo. Altrimenti tanto, quale stolto essere si può far condizionare. E si torna al relativismo. Con un briciolo di qualunquismo.

Tuesday, May 19, 2009

Maledizione onirica.

Notte scura. Notte senza la sera. Notte di demoni. Sedotto dapprima, circuito poi, violentato con angosciante veemenza fino alla strenua reazione finale. Un risveglio tormentato da paura e sudore. Allorquando gli scheletri che sopravvivono sulla tua mensola fanno comunella con ogni tuo maledetto demone in un'unica, tetra e sofisticata ossessione notturna, non ti resta che una semi impotente reazione neuronale, pochi gesti seccati nell'oscurità di una stanza madida dell'affanno puzzolente e stizzito. E tu che con gli occhi di un altro colore, sbarrati nel silenzio buio, quando il nervoso divora lo stomaco e minuscoli pendenti umidi riflettono sul tuo viso gli impercettibili fasci luminosi che evidenziano una pelle sbiadita dall'inquietudine. Ti entravo in fondo, dentro lo sai, soltanto per capire chi sei, bestia brutale ed inganno indigeribile; inutile sprecare tempo e parole per sensazioni che ormai sfuggono alla percezione tattile, per adagiarsi su pavimenti emozionali che non voglio più calpestare, ma dimenticare al più presto. Stolta. Dormi tranquilla, losca figura. Non avrò mai bisogno di nulla. Solo di un sonno tranquillo.

Tuesday, May 05, 2009

Aggiornamento intestino.

Mi fermo spesso a pensare. Poi penso che pensare sia un'inutile perdita di tempo, infatti pensare di pensare che pensare sia perdere tempo è talmente stupido che come tutte le cose stupide, ti fa solo perdere tempo. Un gatto con tre teste gioca con il mio bandolo della matassa, cerco di afferrarlo, per pochi istanti ci riesco, poi mi sfugge lacerando la ruvida pelle delle mie mani.
Sono giorni di finestre adornate, canti di stagione, anime salve in terra e in mare ed io vi osservo tutti, in religioso silenzio. Vi tengo d'occhio che neanche ve ne accorgete, sentite un leggero alito sul collo, ma, voltati, solo un leggero spostamento d'aria ed il profumo della mia pelle a scaldarvi le viscere o scatenarvi un brivido lungo i canali nervosi. E' grande il mio tempo, il tempo. Difficile rebus a premi dove l'errore è contemplato di proposito da un commediante sciocco che si diletta dell'angoscia, dicono. La cosa mi tange allo stesso modo di una farfalla che si adagia su un braccio, un pizzico di solletico ed immenso stupore, piacevole meraviglia. Che quando realizzi di goderne è già volata via a gustarsi la sua breve vita. Un inganno. Una corsa contro il tempo e gli ostacoli, un colle ed infine il mare. Una fuga deliziosamente fine a se stessa, raggiunta la piena percezione di una speciale pace da corteggiare, stimolata con strumenti vari, tutti abili ciceroni verso una trascendenza meditativa che altera lo stato classico delle cose e spinge verso la luce. In alternativa, un paio di margarita, qualche negroni e del vodka-redbull. Buona musica, una sigaretta, compagni di viaggio e commozione. In istanti rapidi, particelle elementari eccitano il loro stato fino alla produzione di endorfine che scatenano il piacere e l'ineffabile presagio di una vittoria incondizionata. Un pensiero lontano che come un boomerang ritorna a farti visita; lo lanci nello spazio aperto non per disfartene, ma per il diletto intrinseco del gesto, nell'adrenalina che ciò scatena nelle tue viscere, perchè i futuri incontri di belle amanti scellerate saranno scontri, saranno cacce coi cani e coi cinghiali, saranno rincorse, morsi e affanni per mille anni e a quel punto tempo per pensare ne avanza e non è neanche così una perdita di tempo.

Tuesday, April 14, 2009

Tra un conato e l'altro.

Recitazione trascendentale e meditazione ascetica, strumenti penetranti per una rinascita spirituale, laddove il passato sta a zero e non conta un cazzo. Il razionalizzare pensieri sulla propria materia grigia è un'inutile perdita di tempo ed energie quando anche il più vicino essere esplode in incomprensibili idiozie, giocando a dadi con la ragione tua ed universale. Sabbia bagnata e schiuma si mescolano in un miasma nauseabondo; proprio quando la tua maturità è messa in discussione ti rendi conto di quanto ridicolo ci sia sotto i tuoi occhi. E se poi ad una manciata di metri dai tuoi sensi, un respiro si fa insopportabilmente pesante e faticoso, se gli occhi si schiudono a fatica....allora ti chiedi quanto valga la forza di lottare e fino a quando è lecito aspettare razionalmente un intemperante sforzo. Il pianoforte scandisce secondi che sembrano essere infiniti, ma il pensiero precipita greve ad un'espressione spenta e triste che cerca forse telepaticamente di regalarti ultimi discernimenti. E' allora che mandi a fanculo. Finora si è scherzato e gli scheletri si possono fottere il culo, questa profonda emicrania figlia di eccessi e collera mi appesantisce il pensiero che vorrebbe illuminarsi al di là di questo assurdo schifo, cercando un significato recondito di difficile rivelazione. Ne ho sentite di puttanate che quasi mi fanno scintillare le gonadi. Ti stringo la mano e ti concedo un inchino, l'ultimo gesto signorile che in senso figurato mi concedo. Tutto il resto è simpatica merda.

Thursday, April 02, 2009

I conti con il mio autismo.

vacca boia. scrivere è davvero fare i conti con il proprio autismo, gettare da parte la lucidità ed affidarsi all'istinto, alla pancia che si contorce su se stessa e ti fa sputare parole sulla tastiera. è un rapporto fisico, maniacale, questo sta alla radice dello sfogo. per il resto è una chiusura a riccio, sconcertato ed infastidito dal verbo altrui in talune occasioni, incapace di spingere con l'addome e sputare in faccia al prossimo ciò che è la mia essenza. questo vale su più fronti. questo mi sta fottendo il cervello e l'esistenza delle ultime settimane. cocciuto e ritardato. idealizzare le situazioni nero su bianco, o anche in immagini sbiadite nella mente ne rapisce l'anima ed il nucleo, cosicché rimani con polvere pastosa in bocca ed un riflesso amaranto nelle mani. ed in men che non si dica ti trovi a non riuscire più a guardarti allo specchio, né a confabulare con te stesso, intralciato da un risentimento verso ciò che sei. e sei diventato. o sei sempre stato. si dice che il bello degli errori è che da essi puoi imparare. il brutto è evidente e sotto i tuoi occhi. insomma, un far buon viso a cattiva sorte forse o vedere il bicchiere mezzo pieno. ma il punto è che ripartire da terra è sempre fottutamente complesso e doloroso. ti tocca toglierti la terra di dosso, asciugarti le ferite e fare i conti con i tuoi impulsi nervosi, intense scariche da controllare a distanza, con il computerino fornito di serie. talvolta è difettoso, ma la ditta non garantisce. questo è il bicchiere mezzo vuoto.

Tuesday, March 31, 2009

Tanti auguri di buon compleanno (a me).

Un ampolloso senso di nausea mi rende ocra e scorbutico; gli antidolorifici assunti con grappa alla liquirizia possiedono effettivamente controindicazioni di cui tenere conto: pastiglioni e sciroppo denso e messaggero di verità ultime nascoste. Affido la mia ascesa, il mio risveglio a Shakyamuni, inginoccchiato occhi vitrei e fissi nel vuoto escogito tentativi di passione, il fine ultimo la felicità. Il perdono. Perdonare se stessi rappresenta una mistica scalata dalla quale pochi fanno ritorno in salute e mentalmente rilassati. Lo scorrere del tempo è la metafora di una clessidra che simboleggia le sabbie mobili nelle quali costruisco castelli dalle fondamenta traballanti, impetuoso tentativo di una presuntuosa dimora dove riposare stanche membra. Tento di erudire il mio stato assimilando quattro nobili verità, la prima delle quali mi sussurra che l'esistenza è sofferenza. Il mio mal di schiena mi impedisce di dormire, pur sicuro che il Risvegliato non alludesse a questo, credo fiero in punture che alleviano le pene. Il rockabilly che risuona nelle mie orecchie mi rimanda a decenni or sono, in impeti di sudore e gommina, pelle nera e canotta bianca, quando spogli caratteri un lunedì mattina non potevano gettare nell'angoscia un povero idiota. I frammenti dello specchio rotto si infilano nelle ferite fresche, le schegge metteranno in circolo frizzanti stilettate che ricorderanno guai e fatalità, ma non raccatto i cocci di ciò che resta. Me ne sbatto. Fottuto cocciuto infierisco con un cicco di liquore trasparente che scalda come il fuoco dell'inferno. Cazzo Elvis. Ancora tu, bestia inferocita. Sarcasmo, rabbia e pianto. Tutti per uno e uno per tutti. Fottiti.  

Tuesday, March 17, 2009

Atto di dolore.

Perdonami padre perché ho peccato in pensieri parole e opere. Ed ora mi chiudo a riccio nella mia infinita disperazione, sfogando su me stesso le pene in un’implosione molecolare nauseante. L’autismo di cui sono affetto è un connotato con cui mio malgrado ho imparato a coesistere, salvo poi odiarlo a morte ed odiarmi per ciò che sono diventato. La successione delle difficoltà che hanno goduto delle mie fatiche ha creato un cuneo in grado di sfondarmi il petto al solo avvicinamento dell’essere umano. Odio l’incapacità dialettica e gestuale che correda una sfera emozionale che, ovattata, esiste e combatte una sfida impari con un sistema nervoso totalitaristico. Perdonami padre perché ho gettato nel cesso sguardi e sussurri, comprensione e infinito amore. Perdonami padre perché sono un reietto ritardato. Il confronto con le mie paure è schiacciante e la tenzone persa in partenza. Terrorizzato subisco incubi notturni alternati ad una solitaria angoscia che stringe fra le sue dita la bocca del mio stomaco incapace di urlare e chiedere aiuto. La saccoccia in cuoio non contiene più polvere magica, non si può più volare, ma strisciare è desolante, resta solo odore di rimpianto e qualche goccia di un rimorso che tende a non attenuarsi. Essere inferiore chiedi perdono al padre per ciò che non hai inteso, per ciò che hai sottovalutato, ritrovandoti con un pugno di mosche con le quali ingozzarti. Soffocatici e strilla. Il tormento danza un tango sul mio petto. Perdonami padre. A me neanche piace il ballo. La realtà spesso sfugge alla fantasia, dimostrando che la relatività dei limiti esiste ed è un problema concreto; laddove la fantasia non si lascia catturare, rifiuta di essere rigettata nel recinto triste e sporco, la realtà già ramazza per terra polvere e merda. Una focacceria sulla mia strada: è chiusa. Una voragine di freddezza, distacco ed una corazza forse mai più penetrabile sono tutto ciò che rimangono. L’ultimo ricordo di un sogno. Un mostro a testa china chiede perdono al padre, perché ha peccato. Atterrito dall’ingratitudine della fine, raccolgo da terra qualche manciata di ricordi per non sporcarli irreparabilmente. Li racchiudo nella saccoccia in cuoio, chissà che avanzi di polvere magica non regalino loro la lucentezza che meritano, proteggendoli dalle lancette del tempo e dalle ferite infette che colano un liquido tiepido, color porpora. Colore della penitenza. Perdonami padre perché ho peccato.