i conti con le pene del contrabbasso. e me le ha suonate


sono stati giorni di arasce. 
vivo quel posto in modo viscerale, lo sento nel sangue che anche quella è casa mia. 
sono cresciuto tra i piccoli carrugi, su e giù per il budello. 
avanti ed indietro sul molo. 
a scrutare l’isola gallinara. 
a guardare le colline che proteggono la riviera. 
verdi ed in fiore oppure brulle di sole, a seconda della stagione in cui ti volti indietro a contemplarle. 
talvolta capita anche che siano bruciate dal fuoco. 
quel fuoco che brinda a siccità e temperature elevate. o che brinda con qualche farabutto.
sento sulla pelle e vivo nei ricordi che quello è il posto dove trascorrevo estati da bimbo prima e da adolescente poi, al fianco dei miei. 
è il posto dove svernavo con i nonni. intere settimane coccolato dai vizi che mi accordavano. 
poi i primi baci, la prima cotta.
avevo un bisogno fisico di mare. 
e, cosa che mi succede raramente, ce l’ho più forte ora che son tornato. 
fortissimo. 
da sbalzi di umore. roba brutale. 
sono state giornate bruttarelle. freddo, pioggia e vento.
ma ieri.
oh, ieri dovevate vederlo…il mare. 
quel mare. 
era l’ora di pranzo. e aveva smesso di piovere. 
le nuvole sull’orizzonte lontano erano nere. nerissime. 
e pesavano su quella linea retta che ti chiedi sempre dove cavolo sia. quella linea. 
che solo da una spiaggia ti puoi chiedere se avrà mai una fine. da qualche parte. e chi ci sarà. 
da quella parte.
sopra la testa grigio. chiaro e scuro. 
ma poi, di tanto in tanto, quelle masse grevi e lugubri si arrendevano e lasciavano spazio ai fieri raggi del sole. 
come d’incanto, in quel preciso momento, il grigio diventava argento. 
poteri magici del riverbero, poteri del mare. 
una luce accecante, brillava sulle onde che si arruffavano una sull'altra. tutte del color dei ghiacciai. 
la natura sa essere meravigliosa. 
i gabbiani parevano usciti dalla candeggina tanto era deciso il contrasto tra le loro piume e tutto ciò che intorno veniva esaltato dai pochi raggi del sole.
è stata una visione splendida. 
mi sono riempito gli occhi ed i polmoni. 
sì, ho respirato quell’immagine, come fai quando tiri su tutto quel che riesci, fino a stare male. 
tiri su l’aria, ma per tirarti dentro quel che vedi e portartelo via. 
da nascondertelo per riviverlo quando vuoi. 
tiri su che non riesci più a respirare.
trattieni il fiato, con gli occhi spalancati. 
e ce l’hai lì.

3 commenti:

kagam ha detto...

amen.

erika ha detto...

da nascondertelo per riviverlo quando vuoi...

è proprio così.

takajiro ha detto...

:)