Jackmaoni contro tutti (cit.)


La notte è di quelle agitate.
Le molle del letto non mio non mi perdonano alcun movimento e la parte centrale, sfondata, nella quale mi sono infilato, mio malgrado, mi fa sentire un orso in letargo. Tutte queste scuse banali celano per la verità un’ansia latente. Una tensione che ogni 50/60 minuti mi punzona i fianchi e mi impalla gli occhi sul muro. Alle 6:20 ormai è un dialogo fittofitto con me stesso: battute, scambi di opinione, nervosismo su argomenti spinosi. Il tutto in una ventina di minuti. Alle 6:40 la sveglia mi coglie in una sorta di fase rem ad occhi aperti. Sveglio, ma totalmente incapace di intendere e di volere.
Le premesse sono ottime.
Il mio compagno di avventura ancora se la ronfa, nonostante accordi chiari presi la notte precedente: sveglia alle sette meno un quarto, alle sette mangiamo, sistemiamo le bici, stretching, preparazione, via i peli dal naso e cose di questo tipo. Io, dal canto mio, inizio a pensare ad un suo cambio di strategia e faccio buon viso a cattivo gioco. Mi porto avanti con il rito preparatorio. Intorno alle 7:15 spunta, accompagnato dai Cristi che tira, il mio Capitano. La sveglia non ha suonato. Anche perché l’aveva impostata per lunedì. Non fa una grinza.
Piatto di pasta, filo d’olio. Niente parmigiano. Metà banana. Sali minerali nella borraccia. Numero di gara sul manubrio, chip sulla ruota, gomme gonfie, cambi oliati. Peli del naso tagliati. Siamo indubitabilmente pronti.
Mancano manciate di minuti alle 9 quando con pantaloncino, manicotti ed antivento osservo la neve che è venuta a trovarci nella notte, ad un tiro di schioppo dalla partenza della gara. Sarà pur vero che le mezze stagioni da un pezzo ci hanno lasciati, tuttavia passare dall’estate all’inverno il 24 di un fottuto luglio…quel non so chè di amaro te lo lascia.
Tornando cionondimeno al serpentone di ciclisti che mi precedono, beh è un gran bel vedere. L’atmosfera è calda, nonostante la decina, decisamente scarsa, di gradi percepiti, ma i colori, la musica e lo speaker condizionano non poco il pathos che caratterizza questi interminabili minuti che separano le vite dei nostri eroi dall’impresa che tutti aspettano la sfida della vita quel momento insito in ogni atleta in cui la differenza tra sopravvivere e soccombere è una sottilissima linea di fragilità vestita.
Da leggere tutto d’un fiato, che la mancanza d’aria aumenta l’enfasi dell’azione eroica.
Si parte. Incastro le scarpette nelle pedaline con immediato successo, e faccio girare le gambe intirizzite. Ed il tutto senza cadere, ma, ancor più rilevante, senza urtare nessuno. E’ un momento di puro godimento celestiale, ho già fatto 50 metri, senza arrecare danno alcuno a persone od oggetti. Son cose, gente.
L’inizio del tragitto corrisponde ad una decina di chilometri di una discesa gelida, in cui numerosissimi compagni perdono le loro camere d’aria, colpite e costrette ad abbandonare anzitempo i giochi. Non ragiono di loro, ma guardo e passo e finalmente inizia la salita, non lunga, ma già in parte selettiva. Poi è ancora una breve discesa, fino al primo bivio che di fatto sancisce l’inizio di gara vera.
E’ un tragitto dannatamente divertente, ricco di salite e discese, strettoie tra villaggi disegnati da chalet di legno e pietra, sulle soglie delle cui porte i bimbi strillano al passaggio delle bici, mentre chi ha più primavere sulle spalle applaude e si concede un braviiii se vuole trasgredire un poco.
Quando tocco i 15 km sono già un cane sciolto, mina vagante di uno sparuto gruppo di ciclisti.
Si abbandona il misto e si scende svelti verso l’immissione in statale. Sono in ritardo. Una trentina di metri mi separano da un treno di 15/20 corridori; è basilare l’aggancio. Spingo sui pedali e con una fatica disumana raggiungo la coda del serpentone, cui succhio la scia come una sanguisuga.
Il treno raggiunge velocità inimmaginabili nella mia neonata carriera di ciclista e la vicenda mi diverte oltremisura, poiché faccio una fatica ridicola, saltuariamente smetto anche di pedalare, con un fare irriverente. Rido. E già che succhio, succhio pure una pozione magica.
Ma la magia si interrompe bruscamente al km 33. In prossimità del quale inizia le prima vera salitacciacheDiotelamandibuona. Rientro in modalità cane sciolto, il mio capitano è sicuramente più avanti, parte del mio gruppetto di scudieri si è attardato.
Non mi resta che alzarmi sui pedali ed affrontare i successivi 7000 dannati metri con il cuore del Pirata e le gambe di Hokuto. Sono innegabilmente sprovvisto di entrambe, ma complice l’adrenalina della gara, i gregari intorno a me e l’aria frizzante, sono eroico nel mio ciondolare. Stacco agevolmente un cinghiale ed un trichecone, ma vengo superato da due giovani gazzelle. Il mio safari continua.
All’altezza del cartello dei 4 di salita credo di cagarmi addosso dallo sforzo. Ostento in ogni caso una nonchalance degna dei veri. Arrivato al segnale dei 6 scaccio gli uccellini che orbitano intorno al mio cranio, ma al settimo chilometro si scollina. E trattengo a stento una nausea…nauseante per l’appunto. Il che mi porta a saltare con grande dispiacere il primo ristoro, con il meschino obiettivo di fregare tutti quei golosi viziosi.
Pur tuttavia devo ingerire del cibo. La tasca marsupiale reverse mi offre una barretta di gel ricca di carboidrati. Stacco l’apertura con veemenza. Con contrastante delicatezza spingo la gelatina verso la bocca. Un morso è andato, ma occhio al pavé!
Faccio appena in tempo a posizionare entrambe le mani sul manubrio, quando l’anteriore scivola sinuosa sui primi ciottoli. La mano stringe forte il grip. Il grip si fa stringere con sottomissione.
Il terzo incomodo, la gelatina, schizza come una trota.
Dannazione.
Figura pietosa, ma nuovamente un self control tipicamente britannico mi aiuta a fingere che nulla sia accaduto e, anzi, mi produco anche in una finta masticata che forse convince qualche mio famigerato avversario.
Mi lancio come un razzo lungo la discesa, guadagno posizioni con traiettorie figlie della teoria del caos, pur regolate da una certa sudditanza verso la corsia di sinistra e contraddistinte da un’unica domanda nel corso delle strette curve mancine: avranno davvero chiuso la strada al traffico? La domanda risulta ormai felicemente retorica.
D’altro canto però, potrei anche aver avuto un culo pazzesco.
Al chilometro 45 o giù di lì, la battaglia si sposta nuovamente sull’asfalto di una statale invasa da una frizzante bufera contraria e qui chi si ferma è perduto.
Ma anche chi non riesce ad accalappiare un buon treno. Praticamente isolato raggiungo il secondo punto di ristoro e questa volta non mi faccio fregare da effimere sensazioni fisiche e mi fermo, un bicchiere al volo, un paio di golate e via di nuovo. Verso il vento.
Nel vero senso della parola. Di buono c’è che dalla tregua riparto con due gregari. Siamo ora un trio delle meraviglie.
Dopo aver macinato un falsopiano, siamo in prossimità di un bivio strategicamente diabolico e una rampa impegnativa ci si para innanzi. 60 km alle spalle, 25 da compiere, un’unica certezza: la salita.
Mi alzo sui pedali fin da subito, cercando un ritmo equilibrato. Prendo qualche metro di vantaggio, poi alcune decine. Ritorno ciò che ero: un cane sciolto.
Cado in trance.
Di agonistica c’è poco.
Direi più che altro agonizzante.
Ali di folla si aprono al mio passaggio, gente di ogni genere e razza incita il mio pedalare cadenzato. Due marmocchi più in avanti, lì a sinistra mi chiedono un cinque, urlando. Mi sposto sul ciglio della strada, abbandono per un attimo il manubrio e li accontento. Saltellano di gioia e ringraziano.
Sono rinvigorito, mi commuovo perchè in quel momento mi rendo conto che finirò quella gara. Nessuno e niente me lo impediranno.
Trituro il percorso con la testa in una centrifuga di pensieri ed emozioni, di cui perdo la memoria alla vista di uno scollinamento.
Lì, sulla destra, proprio in quello spiazzo: un ristoro.
Le mie gambe reclamano una sosta.
Due minuti, dai..che sarà mai. Beviamo qualcosa, magari mangiamo un frutto e poi attacchiamo su. Concesso.
Lo stand enervit è sempre più vicino, quando un personaggio mi corre incontro, celestiale visione.
Sali? Sali? Mi urla.
No, dico...dove cazzo vuoi che vada? Non vedi?
Ma noooo...sali minerali! Vuoi sali minerali?
Solo ora vedo il bicchiere che tiene con cura in mano, attento a non rovesciarne nemmeno una goccia, pur zompettandomi incontro.
Toccato dalla scena da Mortirolo, non meno che risentito per la risposta poco signorile, non posso ammettere che ho bisogno di riposo. Agguanto il bicchiere come il più navigato dei campioni e me lo getto in bocca, in faccia, sul petto.
Lo getto via, in direzione di bimbi eccitatissimi e mi produco in uno scatto da giaguaro.
Una progressione felina ed elegante.
Sono totalmente in botta quando rientro sul saliscendi già percorso all’andata, quadricipiti gonfi e completamente madido di fatica.
Ancora un tratto misto che mi accompagna verso l’ascesa finale.
E l’indicazione dei 10 km all’arrivo.
Conto i tornanti che mi separano dal compiere l’impresa, favorito dalla cartellonostica stradale.
Sono a 7 km dall’arrivo e la luce si spegne.
Poi improvvisamente un fascio di luce illumina la mia via. Nuovamente un fiume di folla che mi indica il tragitto, aprendosi al mio incedere. Il dolore che sentivo in tutto il corpo indistintamente è ora svanito e snello, agile e potente grattugio l’asfalto sotto le ruote.
Non poteva mancare tra la folla Vangelis, lì sulla destra. I sintetizzatori menano altissimi Chariots of Fire e a rallentatore mi produco in una marcia trionfale.
Il labiale stridulo del FORZAAAAA di un tifoso dura 14 minuti di una smorfia inguardabile.
Quasi come l’espressione che ho negli ultimi interminabili metri che mi separano dall’arrivo.
Entro nel rettilineo finale, recintato, da trionfatore.
Sullo sfondo l’orchestra di Hans Zimmer suona le note de Il Gladiatore e con la pelle d’oca alta un dito taglio il traguardo dopo 84 km di grandissimo ed epico ciclismo.
Con le braccia alzate dapprima e mimando colpi di pistola ai fotografi con le mani poi.
Tutto ciò che di diverso leggerete o sentire sulla celeberrima Maratona du Mont Blanc lo dovrete considerare falso e tendenzioso. E’ andata proprio così. Parola mia.

5 commenti:

pOpale ha detto...

Io ti credo! :)

Mascia ha detto...

HIHIHIHIHIHI

sisi e io sono Gisèle !!!!

chaillrun ha detto...

mano sul cuore, credo a te :)

Baol ha detto...

Io ci credo eh...solo una domanda...ma per gambe di Hokuto intendi che ti sono scoppiate dopo 3 secondi?

ciao Tak!!!

erika ha detto...

Fantastico! Hai reso strabene l'idea, mi sembra di aver pedalato un po' lì con te.