Tanto per cantà.

Certe notti ti senti padrone, di un posto che tanto di giorno non c'è. Ed in fin dei conti chissenefrega se il posto che ti dona scettro e corona non esiste affatto. L'ineffabile e l'invisibile agli occhi forse è in definitiva la leva che ci porta avanti, quasi tutti quanti maschi, femmine e cantanti. Ero in preda al continuo risentimento per la mancanza di un tempo mio, quando ho realizzato che il tempo libero è una cosa da vivere probabilmente nella maniera più viscerale ed intestina possibile. Avete mai fatto caso alla capacità insita in ognuno di noi di estraniarsi da un qualsivoglia contesto? Mi pare sia una grande ricchezza e fonte di inesauribile ricarica. Ci sono precisi momenti, che per la verità sono pure molti, in cui ho la sensazione di non aver nulla da dire. E perché non stai zitto, direbbe il mio cane. Ad onor del vero spesso lo faccio.
Poi silenziose presenze accompagnano l'intorno di ognuno di noi. Spesso son dinamiche oscure ai più, difficilmente spiegabili a parole ed incomprensibili nei gesti. Simili alla mia temporanea e ciclica misantropia. Evoluzione ricca di significato recondito, credo. Per dire: si avvicina il trenta. Stavo pensando al nulla rientrando a casa. Godevo di un'aria finalmente temperata, quando il solito motorino con in sella l'oracolo mi è sfrecciato ad un palmo dal naso, imprecando come suo solito sentenze evidentemente sconnesse. Sconnesse ai più. Mi piacerebbe entrare nel cerebro del soggetto per capire cosa lo fa smoccolare contro assassini e dittatori, non tanto per la crociata corretta nella morale e nel sostanziale, quanto per intendere il senso logico che sottende all'infinita idiosincrasia che dà impulso al verbo supremo di un matto vero. Interpretato il matto vero, la società avrebbe il passepartout dell'assoluto. Senza spingermi in pretenziose leggi universali, tenderei semplicemente ad alcuni corollari da far miei con gelosa attenzione. L'affetto è fine a se stesso, ma nasconde amari rovesci in talune circostanze. Credo siano inconsciamente palesati dalla natura stessa dell'essere homo. Sapiens è tutto un altro paio di maniche. Discorrevo, una manciata di giorni fa, con il mio amico conte. Una semi dozzina di ore dopo si palesava esausto dinnanzi alla mia ipotesi autodistruttiva, attorno alla quale una teoria meschina lo dipingeva in mancanza di ossigeno. E' sintomatico il fascino che si instaura in talune affinità, un'alchimia fatta di sensazioni, subordinate sì alla conoscenza, ma molto di più alla razionalizzazione dell'ignoto con le perversioni psichiche che caratterizzano il modo di essere di ognuno di noi. Tentar di capire risulta onestamente una crociata in terra santa: valida nelle interpretazioni dell'attacco. Inconcepibile all'occhio della difesa. A ben vedere si tratta di un mucchio di cagate cosmiche. Che poi è il bello del non prender troppo sul serio le angoscianti dimore oscure delle paranoie più nascoste di ogni personaggio in cerca di autore. Lo sceneggiatore è giusto che scioperi di tanto in tanto, perchè apre nuovi scenari all'improvvisazione ed al talento degli attori coinvolti. I colpi di scena non mancano, così come le genuine recriminazioni che fomentano i tempi immediatamente successivi la rappresentazione. La prima alla scala. E' un modo come un altro di procedere per tentativi, brancolando nel buio o con il solleone negli occhi. La gustosa ilarità degli opposti è, oltra l'attrazione per definizione, il fatto che celino un risultato quanto mai similare. Nella forma indiscutibilmente briciole, nella sostanza tanto più di ciò che si realizza. La morale di questa storia deve esistere. Ma in tutta onestà, mica l'ho capita io.

1 commenti:

Annachiara ha detto...

La questione delle silenziose presenze mi ha colpito. Sono reduce da un'intensa settimana con un'ameba di amico piazzato sul divano di casa mia. Mi ha dato molto da riflettere. La fortuna che ho di avere una famiglia che mi ama.
Ah comunque fammi sapre se vieni a Roma. Un posto in salone e un piatto di spaghetti c'è sempre! ;-)