Memorie di liquirizia.

Certe volte capita che lo swing ti entra in corpo ed inizia a stuzzicare i tuoi nervi, che sono quanto di più istintivo celiamo nel nostro fagotto. In quei momenti hai un gessato bianco, un cappello in testa e osservi il sigaro che arde nella tua mano. Certe volte capisci che in fin dei conti è tutto talmente semplice che a complicarlo sei solo tu, per il gusto di giocartela anche questa volta con l'aspirazione. Certe volte capita che ritornino, schioccando le dita in una notte qualunque. Una piazza deserta, un personaggio pittoresco ed uno squillo del telefono. Poi ti guardi allo specchio e sei di nuovo tu. Solo un po' più rasato, più spettinato. Una sigaretta e le note di una vecchia canzone. La raccolta differenziata è passata anche questa notte tiepida e piacevole, allorquando se ti volti lungo la via deserta sorridi e pensi che te la sei cavata e te la caverai perché puoi fare affidamento su due braccia forti e anche se le caviglie scricchiolano, il capo è vispo. Ragioni su dimensioni parallele, trasversali, ma il faro continua ad illuminare la costa e strimpellando queste corde arriverai. Inutile girarci intorno, poiché la ragione umana ha diverse interpretazioni di etica e responsabilità, tanto quanto di opportunità. Il sollievo istantaneo è spesso il protagonista di bufale sinottiche, preferibile alla mancata sopportazione, ma foriero di cattive speranze. Razionalizzare le dinamiche atomiche di certi flussi visivi, di certi odori, di ineffabili ricordi perde significato con il calare delle lune. Il labirinto emotivo e quello razionale confluiscono in un vortice centrifugo dal quale vieni sbalzato in praterie aride, laddove viene a contare infinitamente l'impeto psichico rispetto a quello fisico. Certe volte vorresti urlare in faccia alla presenza ingombrante spaparanzata appena dietro i tuoi nervi ottici. E allora ridi. E accogli la leggerezza di un sorriso e di un pensiero frivolo. Te ne sei idealmente andato parecchi soli fa, in rotta verso lidi forestieri, novello esploratore. Pirata del destino, le labbra screpolate solcando nessun luogo, senza che nessuno ti creda, intonando filastrocche universali, voi che siete uomini sotto il vento e le vele, non regalate terre promesse a chi non le mantiene. Io e le mie bretelle siamo pronti, senza bisogno di null'altro, senza necessità di sentirsi dire nulla. Non sarò il postino che ti recapiterà missive indesiderate, sarò la nebbia che vedi ma non potrai ghermire, sarò il prato verde, soffice e profumato sul quale ti riposerai. Sarò tutto questo, ma molto di più. Sarò il nulla, un lontano ricordo, un profumo rievocato, un gesto abbozzato. Una dolce risata. Sto aspettando quel mattino, la luce chiederà con permesso di entrare in scena e gli occhi irritati decideranno se sforzarsi, godere dei riflessi accesi o chiudersi in resa. Un banjo sarà il menestrello della mia dipartita, mentre con il mio solito calesse sgangherato porterò l'ilarità. La spensieratezza. E l'incoerenza. Son due etti e due. Che faccio, lascio?

3 commenti:

Maraptica ha detto...

Ti fottono sempre con quei due etti in più. E la risposta non è mai: "no, togli!".

Annachiara ha detto...

Proponiti come paroliere al Liga....
secondo me c'hai un nonsocché!

Baol ha detto...

Lascia lascia che tanto, anche se rispondessi "no, togli!", te li lascerebbero comunque

(hai visto che ogni tanto ripasso anche io?)